“Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. Quando guardi a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarda dentro di te.”
(F. W. Nietzsche)
Può sembrare scontato. Almeno a me sembrava così.
Piove e sei triste e allora credi che stia piovendo anche dentro di te.
Passi del tempo con persone nere, abissi incartati da gabbiani ed è tempo contingente, tempo che avresti passato altrimenti e, dopo un po’, senti qualcosa che brucia sulla pelle. E non capisci.
Ti sembra che la loro oscurità ti sia rimasta appiccicata. Come una specie di catrame che ti ha sporcato il palmo quando gli hai stretto la mano. Non è possibile, ti dici. E confondi la loro macchia con la tua, come se fosse transitiva, come se fosse naturale.
Però la pelle ti brucia e tu non lo sopporti. La doccia dura un minuto o anni, dipende dall’intensità e dalla durata dell’esposizione. Non è questo il punto.
E’ un fatto ancestrale. Come si dice… è una questione di qualità o una formalità. Ogni volta, ho dubitato. Ogni volta ho temuto troppo o troppo poco. Che la macchia dell’altro fosse anche la mia, che mi appartenesse per il solo fatto di riconoscerla. E giù ad arrovellarmi, su quanto sono stata cieca, su quanto sono stat sorda, su come ho fatto a non capire che se il male mi mostra i denti nell’esercizio del potere, in quell’universo non è sempre vero che ci sono anche io. Non si tratta di un’opzione. Non è il frutto di una scelta. Non è. Sono stata una funzione in un delirio di finzione.
Ho imparato che tutti nella vita abbiamo indossato o ci capiterà di indossare delle maschere ma che al di sotto di queste, non sempre c’è una “faccia”. Per alcuni la maschera mutevole all’occasione è la faccia.
Quelli che ne hanno fatto un mestiere hanno una grande responsabilità.
Gli attori affidano al proprio volto la leggibilità per il pubblico delle emozioni del personaggio. Una volta ho letto da qualche parte che nelle scuole di recitazione insegnano agli allievi ad osservare attentamente il loro volto durante l’interpretazione allo scopo di ottenere una totale adesione al personaggio interpretato. Bisogna imporsi la faccia del ruolo, anche nel più piccolo gesto, in ogni respiro. E’ come se…diventassero acqua che accoglie sempre e solo la forma di ciò che la contiene, come se l’attore fosse una specie si adesivo capace di catturare, ripetere, l’anima di chi deve impersonare. E’ buffo, è…innaturale, è impossibile. E’ un mostro.
Ma perché faccio questo sproloquio? Diverse persone che conosco mi hanno chiesto se facessi recitazione. Una addirittura è arrivata a dirmi – Saresti perfetta, tu devi fare teatro, ma io ne sarei geloso.
E io? Claro…giù a tafazzarmi di domande. Un mare di domande in tempesta attorno ad un nucleo solido che non si smuove mai. Espressività. Sì, ma la mia, non quella dell’altro. Eppure sfido chiunque a negare di aver incontrato qualcuno che si plasmasse alle nostre abitudini, ai nostri gusti, ai nostri modi di fare. E ancora, da adolescenti non avete mai fatto qualcosa sapendo di farla solo per compiacere un’altra persona? Più raro incontrare chi ci sente così nel profondo da aderire superficialmente a qualcosa che ci confonde, perché ci sembra un miracolo. Il miracolo del riconoscimento. Ma questa è un’altra storia.
Le maschere si spaccano e non fanno male. Anzi, è una liberazione. Scruto l’abisso e l’abisso scruta me – io non ho paura. Il veleno dei mostri dall’abisso non mi ha contagiata. Se l’ ha fatto, lode al mio sistema immunitario o alla mia incoscienza che nonostante tutto mi fanno stare con le mani aperte davanti al miracolo della vita, sempre. Per me è stato così. Io non riesco a perdere la meraviglia. Il catrame resta un po’ sul palmo della mano…poi se ne va. Stimola le cellule ad indurire il derma, a renderlo più impenetrabile senza intaccare la permeabilità. Il catrame non mi lascia aloni nel profondo. Lascio che i miei pori respirino e sudino. Non riesco e non voglio pagare il prezzo di indossare i guanti, sarebbe troppo alto. Nelle mani, sulla pelle, quello che perderei – l’emozione, l’ispirazione, la gioia di essere – sarebbe davvero troppo rispetto a quello che risparmierei. E’ così che si diventa il mostro dal quale si fugge. Copiandone le mosse, indossandone la maschera, giocando la partita con le sue regole. Ma quelle regole non sono le mie e non c’è partita se non condividi le regole del gioco. Le mie regole…mi piacciono di più. Rischiano di più. Spaventano di più. Ma le mie regole sono le uniche con le quali valga la pena di giocare. Regole…più che regole, direi necessità. Vivere. Scegliere. Non barare. Lealtà per lealtà. Amore per amore. Coraggio per coraggio. Reciprocità.
E su queste per istinto e per natura non ho mai avuto dubbi. Ho imparato a credermi.
Altra necessità. Proteggere. Ma proteggere la meraviglia, questo lo sto ancora imparando e lo imparo lentamente.
1 commento:
Ciao, post interessante, ti dico la mia su alcuni punti.
L'incipit è un must, una traduzione più pignola è questa:
Chi lotta con i mostri, badi a non diventare mostro a sua volta. E se scruti a lungo un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.
Mi suscita più rispetto :D
"Può sembrare scontato. Almeno a me sembrava così."
E' scontato che le cosiddette macchie ti sporchino quando le tocchi, non che ti guardino dentro. Quando succede è cosa più morbosa, è contagio, hai voglia a usare cillt-bang e omino bianco poi. Devi metterci una toppa. Attenta a non esagerare o diventi un arlecchino.
"se il male mi mostra i denti nell’esercizio del potere, in quell’universo non è sempre vero che ci sono anche io."
Credo sia vero nel momento in cui lo ritieni tale. Ogni uomo è un'isola -come canta nientepopodimenoche Bon Jovi- nel bene e nel male. Al massimo possiamo formare arcipelaghi, niente continenti.
"Ogni volta, ho dubitato."
Ti fa onore, lo faccio anche io sistematicamente. Senza esagerare.
"Ho imparato che tutti nella vita abbiamo indossato o ci capiterà di indossare delle maschere ma che al di sotto di queste, non sempre c’è una “faccia”"
Pirandello c'aveva preso in pieno (mettendoci la faccia tra l'altro). Anche se poi non ci sono mai delle facce, le appiccichiamo noi addosso agli altri per motivi di praticità. Poi ci convinciamo della loro esistenza per non sentirci smarriti/frustrati.
"con le mani aperte davanti al miracolo della vita, sempre. Per me è stato così. Io non riesco a perdere la meraviglia."
Chiamasi serotonina, adrenalina, eccc, ecc. Siamo un processo chimico del resto. Ma se non costruiamo qualcosa sopra 'sto processo arriva il famigerato smarrimento. Solo la conoscenza può renderci liberi (anche se l'amore è un placebo davvero molto piacevole).
"Espressività"
Sai che palle a non essere persone espressive. Siamo animali mimici, chi più chi meno. Meglio più. Senza esagerare.
"E’ così che si diventa il mostro dal quale si fugge. Copiandone le mosse, indossandone la maschera, giocando la partita con le sue regole."
Col tempo impariamo ad imporre le nostre.
"Ma le mie regole sono le uniche con le quali valga la pena di giocare."
Sai che palle una vita senza giochi. E senza regole non c'è gioco.
"…più che regole, direi necessità."
Appunto :-)
"Ma proteggere la meraviglia, questo lo sto ancora imparando e lo imparo lentamente."
Sembri cavartela bene per ora! Prova a ridere di più (http://www.intopic.it/articolo/856/) per il resto non se hai visto questa intervista di Bonolis a Woody Allen (http://www.youtube.com/watch?v=mAheD-aB-P8) verso la fine dice una cosa che racchiude più o meno il senso della vita, molto apprezzabile.
Ciao ancora complimenti per il post, piaciuto!
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