14 nov 2007

Usi a picchiar mentendo

Carolina aveva 3 anni quando decise che voleva crescere.
Era una bambina timida che amava colorare. Ed era curiosa di tutto.
Non aveva compagne di giochi. Stava sempre con il mento all’insù sforzandosi di guardare in volto le persone che voleva bene. La nonna. Il nonno. La mamma. Il papà.
Si sentiva una pulce in un mondo di titani.

Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti , sei nata paperina: che cosa ci vuoi far?

Carolina amava fantasticare sulla forma delle nuvole e delle montagne.
Un giorno crescerò e anche io toccherò le nuvole. Ci monterò sopra e volerò come i gabbiani.
E il gioco preferito di Carolina era saltare sul lettone di sua nonna.
Il momento della spinta, l’abbandono del cadere sulle proprie gambe e ridarsi la spinta ancora una volta. Delle gran sudate e poi il rimbrotto della nonna – Carolina scendi dal letto che ti fai male!

Carolina montava su una sedia per imitare sua nonna quando lavava i piatti.
Carolina sorride tra le braccia di una cugina di qualche anno più grande che le fa sentire più vicino alla mano della mamma che dormiva sempre o era sempre in treno.

Una volta Carolina aveva anche il papà – un signore altissimo con i baffi che ascoltava sempre la radio e odorava di fumo e di vino.
Poi, i baffi sparirono ed il papà di Carolina diventò un gigante sempre arrabbiato che non sorrideva mai e urlava come se la bambina, dal mondo dei paperini, non avesse potuto sentire la sua voce altrimenti.

E urlava talmente forte che Carolina tremava.
Io me ne vado per colpa tua e sentiva sbattere la porta. Io muoio per colpa tua e poi non sentiva più nulla.

E Carolina aveva talmente paura che aveva iniziato a credere che se non avesse fatto nulla nessuno se ne sarebbe andato e nessuno sarebbe morto. Ma anche a stare immobile Carolina non aveva risolto un gran che. Perché quel signore altissimo senza i baffi, aveva preso a strattonarla come un pupazzo e la faceva muovere. A destra. A sinistra. In alto. In basso. In basso. In basso. In basso.
E Carolina come un pupazzo si piega a destra e poi a sinistra. Vola in alto e cade per terra. E come un pupazzo non respira. Come un pupazzo lascia andare il peso in direzione della forza per ridurre l’attrito.

Sì. Carolina a tre anni decide di crescere e decide che sarà più altissima di quel signore altissimo e avrà le ali e sotto ci metterà la sua mamma ed il suo fratellino.

Carolina a 13 anni è la più alta della scuola.
Porta il 41 e picchia i maschi che prendono in giro il suo fratellino.
Era una bambina timida che amava colorare. Ed aveva paura di tutto.
Non aveva compagne di giochi. Stava sempre con il mento all’ingiù sforzandosi di non guardare in volto le persone di cui aveva paura. La nonna. Il nonno. La mamma. Il papà.
Si sentiva una pulce in un mondo di titani.

E con le mani amore per le mani ti prenderò
senza dire parole nel mio cuore ti porterò
E non avrò paura se non sarò bella come vuoi tu
Ma voleremo in cielo in carne ed ossa
Non torneremo più

Carolina stava sempre nella sua stanza a leggere e a studiare.
Carolina amava fantasticare sulle stelle e sul mare.
Un giorno morirò e anche io toccherò le stelle. Ci guarderò dentro e non sarà poi così buio.
E tra un libro e l’altro, Carolina teneva nascosto un piccolo caleidoscopio ed al tramonto si metteva a guadarci dentro e piangeva e piangeva e piangeva.
Ci guardava così tanto che il mondo fuori, dopo, sembrava ancora più grigio.

Ma Carolina era curiosa di tutto. Voleva parlare con le sue compagne di scuola ma non ci riusciva.
Chiedeva loro di firmarle il suo diario ma le dicevano di no.
Sei antipatica. Non ridi mai. Perché non ridi?
Sei più grande di noi. Non puoi giocare con noi.
E intanto il tempo passava e Carolina non smetteva di crescere.

E’ Carnevale, Carolina non puoi uscire – sei troppo grande per travestirti, il costume lo mettono i bambini!
E’ Natale, Carolina non puoi uscire – sei troppo piccola per uscire da sola, ubbidisci!
E’ il Primo Maggio, Carolina non puoi uscire – sei indecente con questa maglia, copriti o gesù muore.

Carolina si guarda allo specchio e non capisce. Somiglia di più alle signore più grandi che alle sue compagne di scuola.
Carolina si chiede perché tutti hanno paura. Tutti eccetto il signore senza baffi che anche se Carolina ha imparato bene a non respirare, non aveva mai cessato di strattonarla come un pupazzo e la faceva piangere. A destra. Rosso. A sinistra. Viola. In alto. Contro una parete. In basso. In basso. In basso. In basso.

E Carolina come un pupazzo di pietra si piega a destra e poi a sinistra. Rosso. Vola in alto e cade per terra. Rosso. E come un pupazzo di pietra non respira. Come un pupazzo di pietra lascia andare il peso in direzione della forza per ridurre l’attrito. Rosso.

A 13 anni Carolina decide che se stelle non arrivano le andrà a prendere lei stessa.
Le piacevano i miti dell’antica Grecia. Leggeva e rileggeva la favola di Apollo e Dafne, del dio sole che si era perdutamente innamorato della Ninfa Dafne, figlia del dio fluviale Penèo. Apollo, il bellissimo dio, non era corrisposto dalla Ninfa ed infuriato, non le dava pace e Dafne, sfinita dalle fughe per sottrarsi all’insistente Apollo, chiese implorando l’aiuto di Penèo, che impietosito decise d’aiutare la figlia trasformandola in alloro.

Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra:
il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia;
i capelli si allungano fino a diventare fronde, le braccia rami;
i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici;
il viso diviene la cima dell’albero.
Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Apollo l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
"Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!"

Carolina pensava che non c’era salvezza. Che se avesse letto prima di Apollo e Dafne lo avrebbe capito subito. Di notte Carolina entra in cucina. Apre il cassetto e tira fuori la mezzaluna.

Senza respirare va in bagno.
Senza respirare guarda la mezzaluna nella mano destra. Poi il polso sinistro.
Poi guarda le stelle di gennaio. Tira un fiato come se soffiasse in un flauto.

Carolina ha paura. Carolina ha solo la paura e la porta delle stelle.
Come un pupazzo di vetro, si strattona da destro verso sinistra, da sinistra verso destra. Rosso.
La mezzaluna cade. Le stelle sono più vicine.

Caldo. Rosso. Caldo lungo le mani. Aghi nei polsi.
Carolina torna a letto. Carolina non respirare.
Carolina non ti svegliare.

Carolina non conta gli anni. Carolina non dà importanza al tempo, ai numeri, alle parole.
Carolina mille cicatrici ed un cuore sacro da proteggere che sa prendere e sa dare.

Carolina si sente una donna in mezzo ad una folla di maschere.

A chi vuole bendarmi gli occhi, dice, sarà più irriverente indicare le stelle.

A chi vuole strattonarmi come un pupazzo, sarà come suonare al pianoforte una musica che inizia piano e finirà per far sanguinare le orecchie.

A chi mi parlerà per vuotarsi le viscere sarà calda, solida e più forte l'onda che confinerà la mia sostanza.


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