17 mag 2008

"Fatti non foste per viver come bruti..."

Buongiorno a tutti. Campani e non.

Premetto che questa è una email inviata a tutta la mia lista di contatti, scritta sull'onda dell'emotività e della rabbia di fronte allo spettacolo di una Napoli che non riesco più a riconoscere e che mi fa soffrire. Profondamente.

Non sono napoletana. Sono cresciuta in una minuscola località della costiera amalfitana e ho trascorso a Napoli gli anni dell'università, per molti aspetti i più belli ed i più costruttivi della mia vita. Vivo e lavoro a Bologna da circa 6 anni. La famosa America che America non è, o se lo è, somiglia molto a quella delle sceneggiate di Mario Merla. Lacrime, sacrifici e tutto quello che conoscete o vi potete immaginare. Lascio il "voi". Preferisco il "tu". Non mi importa che sia sgrammaticato. Non mi interessa se ti offende o ti fa ridere.

Se sei rimasto in Campania, o comunque "a casa" quei sacrifici e quelle lacrime le capisci lo stesso, non credo siano meno amare se tutti i giorni sei costretto a subire, a scendere a compromessi, a patteggiare con un sistema che ti ha invischiato le ossa al punto da farti rassegnare a convivere con la violenza e la paura, che non te riesci ad andare, o magari non te ne vuoi andare ma tutti i giorni devi lottare e – questo io non lo posso sapere – in onestà non dici se fai la vita che vuoi fare.

Non posso e non voglio aprire i giornali e vedere la "mia" città in ginocchio, non posso raccogliere il racconto di chi a Napoli ci vive ed è arrivato all'esasperazione di fronte all'impossibilità di uscire di casa, o di rientraci perché ostacolato da cumuli di rifiuti riversati nelle strade che non si possono evacuare, a meno che non si voglia arrivare alla colluttazione con chi quell'immondizia l'ha riversata per strada. Periferie. Provincia. Centro storico.

Anno dopo anno, sono tornata a Napoli e anno dopo anno ho sentito rabbia e frustrazione. Non è la "mia" città, mi dico e mi ridico, non può essere, non la riconosco più.

Me la vuoi raccontare con "sì vabbè, Napoli avrà le sue contraddizioni ma resta la città più bella del mondo"? Trovami argomenti più convincenti, i luoghi comuni con me non funzionano.

Amo Napoli quanto te. Al punto che, anche se sono emigrata, istinto e viscere mi fanno vedere i miei figli camminare per quelle strade, parlare la lingua che ci hanno insegnato prima dell'italiano, mangiare come mi hanno nutrito, condividere l'orizzonte di un mare di tradizioni e cultura, che ci fanno tenaci e determinati, perseveranti e pazienti, ironici e taglienti. Quel "qualcosa in più" che ovunque andiamo ci portiamo sotto la pelle e che fa emergere alcuni di noi.

Ma non voglio per me, per chi amo e chi metterò al mondo la vista obbligata sull'orizzonte della violenza. Dell'abuso, della dipendenza, di questa immondizia che prima ancora di essere gli scarti della cucina e del quotidiano è un veleno che lentamente ci assuefa a credere che va bene così, che è colpa dello stato, che è colpa della camorra, che ti devi adattare, devi sopravvivere, deve sgomitare per restare a galla e respirare in un mare che sta diventando una fogna.


Accendo la tv, settacio internet, i blog. Alla ricerca di risposte che non mi soddisfano.
E mi fanno sentire esclusa – dalla possibilità di fare qualcosa, dal venire a sapere chi sta facendo cosa, perché ne sono convinta, non è possibile stare a guardare questo stupro, qualcuno, non mi importa di che colore politico, religione, residenza, sarà incazzato quanto me e qualcosa la pensa e magari sta provando a farla.

Ti prego, dimmelo. Parliamone, incontriamoci tutti e facciamola sentire la nostra voce. Se restiamo in silenzio, ha vinto l'immondizia. O fammi tacere, ma dammi una buona ragione.
O magari conosci qualcuno che si sta muovendo. Dammi il suo contatto, per favore.

Non è solo Emilia che scrive. E' una campana esasperata. Un'italiana incazzata. Un essere umano che come te non ha scelto la violenza, non vuole vivere nella paura e ama profondamente la "sua" città e il suo paese.
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13 mag 2008

Appuntamento ai piedi del vulcano

Sei stata mia madre.

La donna che mi ha nutrito. La radice che mi ha abbandonato.


Sei stato mio padre.

L’uomo che mi ha insegnato. Il pugno che mi ha rotto il naso.


Sei stato mio fratello. Il compagno di giochi.

Sei stata mia sorella. La custodia di ogni segreto.

Sei stato l’uomo che amato alla follia.

Il fardello più grande di un’apolide testarda che non esiste più.


Ti spio di nascosto quando tu non sai che ti sto osservando.

Ti leggo sui giornali che ti vogliono deceduto, decaduto, divorato dalle lotte del potere.

Ti seguo nella voce di ogni sconosciuto che intercetto per strada, solo perché mi ricorda la tua.

Ti mangio ogni giorno illudendomi che a imbastire il pasto che mi hai insegnato mi ritorni nelle viscere anche il tuo calore.

Ti saluto ogni mattina quando guardandomi allo specchio ritrovo il tatuaggio genetico che mi hai lasciato.

Ti sogno di notte grondante di pioggia, carico di sole, disteso indolente a farti passare addosso gli anni.


Non un giorno da quando sono partita ho cessato di pensarti.

Sei attaccato alle viscere e brancoli nella mente.

Sei nel sangue che spargo ogni mese e nel sudore che disperdo.

Sei sotto la pelle a ruggire salvezza.

Sei stata la rabbia che chiede servi.

Oggi sei la pace che mi fa libera.


Voglio ri-conoscerti.

E voglio che tu ri-conosca me.

Mi trovo davanti alla tua porta di mare a chiederti di lasciare nell’acqua quel patto di nascita.

Sono qui, alle tue falde, a dirti che quel contratto col sangue è stato veleno smaltito.

Sono qui con la mani aperte a chiederti di aprire le tue.

A cercarti per sentire se posso essere per te e tu puoi essere per me.


Emilia. Napoli.

Tra di noi un punto da ridefinire.

12 mag 2008

Terra di Terra

Me lo ero ripromessa. Ogni volta queste partenze diventano più difficili e non sono poi state tante...
Difficile come è difficile pre me riascoltare Terra Mia di Pino Daniele senza provare esattamente le stesse cose che sentivo su quella veranda a Milano, nel 2002, quando una sera di Febbario la riascoltammo con Ivan ed entrambi piangevamo in silenzio le lacrime amare di chi sta lontano.
Spazio, modo e tempo sono cambiati. L'essenza è rimasta la stessa.
Ed è dal casuale ascolto di questa canzone che voglio partire per raccontarti il week end a Napoli.

Tornare a Napoli. L'illusione di riavere accesso ad una specie di paradiso.
Un paradiso fatto di ignoto, di pasta del demonio, di quel sublime che non si svela mai.
...ma poi, chi lo dice che il paradiso sia così?
Una parte di me spera ardentemente di no, la stessa parte che ha rinnegato, che ha mangiato la mela, che ha iniziato a guardare il mondo capovolto.
Un'altra parte di me ha appiccicato a questa città sospesam tra magia e catstrofe gli sttributi del sacro.

Lista della spesa per giovedì - cosa mi ha fatto male questo week end?
Probabilmente il sentirmi di fronte ai miei limiti - è questa è una cosa fantastica!
Ad Istinto non mi viene la sensazione che ho provato, ce l'ho già travestita dall'ironia:
"Grazie. Grazie per aver dedicato una serata a me e te soltanto. Grazie per avermi chiesto chemi andava di fare, davvero. E' banale, ma ho apprezzato molto cha tu abbia fatto prevalere, anche solo per una serata, le ragioni mie e tue, quelle che dicono che abbiamo appuntamento con il resto del mondo tutti i giorni ad orari concordati mentre io te abbiamo appuntamento quando ci va bene un week end sì e l'altro no, oppure, come mi hai appena accennato, oggi è 11 maggio e ci possiamo rivedere il 30 perchè il prossimo week end hai un paio di conferenze e quello dopo hai l'ultima rappresentazione dello spettacolo...L'ho apprezzato tantissimo questo week end perchè mi hai fatto sentire una persona importante per te e mi hai fatto sentire che stai credendo in questa cosa che ci è capitata ed il fatto che anche tu la alimenti fa sentire più sicura anche me, che sto andando nella giusta direzione ..."
Ma l'ironia non ci sta nella lista della spesa, devo sforzarmi di imbarbarire le emozioni. I miei limiti: tendo ed essere diffidente,soffro del fatto che forse sono un pò troppo ingenua o comunque dò troppa importanza alle cose, in ogni caso dò per scontate delle cose che scontate non sono - cioè mi sarò creata delle assurde aspettative - cosa di per sè già demenziale - sulla base di parole o gesti fatti in buona fede ma sull'onda dell'entusiasmo e l'entusiasmo in alcuni è superficialità. (segue)

16 apr 2008

Montedidio - Erri De Luca

sospiri, uh quant’è scocciante. L’ammore nostro è un’alleanza, una forza di combattimento.” Le nostre chiacchiere strette scappano nel vento che ce le scippa dalle bocche.

21 feb 2008

"Guaranteed " Eddie Vedder (Into the Wild OST)

On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup, I ask silently
All my destinations will accept the one that’s me
So I can breathe…

Circles they grow and they swallow people whole
Half their lives they say goodnight to wives they’ll never know
A mind full of questions, and a teacher in my soul
And so it goes…

Don’t come closer or I’ll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you…

Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering, but I’m never what they thought
I’ve got my indignation, but I’m pure in all my thoughts
I’m alive…

Wind in my hair, I feel part of everywhere
Underneath my being is a road that disappeared
Late at night I hear the trees, they’re singing with the dead
Overhead…

Leave it to me as I find a way to be
Consider me a satellite, forever orbiting
I knew all the rules, but the rules did not know me
Guaranteed

Liberata la tigre salvata dalla lapidazione, o Viva la Vita Leggera

I forestali indiani rilasciano nel fiume Sundarikati una tigre salvata nei giorni prima dalla furia degli abitanti di un villaggio della zona di Sunderbans.

Forse è fortuna. Forse l’esatto opposto. Allora, provo a ragionare.
La prendo larga, tanto so di essere prolissa, ma il ragionamento per me è come far venire fuori una forma da un’approssimazione..più o meno…nel senso che non sempre mi vengono fuori forme che capisce

Il fatto è che io non sento il “vuoto” e, in passato, questo mi faceva soffrire perché credevo non mi permettesse di capire le altre persone.
Ho provato a raccontarmela in diversi modi. Ho chiesto ad un milione di sedicenti portatori (mal)sani del famigerato “Vuoto”.

Qualcuno una volta mi ha detto che il “vuoto” somiglia all’esperienza del volo o del salto.
Sono decollata ed atterrata decine di volte – certo ancora poche per saziare la fame di vedere il mondo – e ogni volta la sensazione è stata piacevolissima – se possibile, quella manciata di secondi che un aereo impiega per staccarsi dalla pista di decollo, io lo prolungherei per ore.

Qualcun’altro mi ha detto che il “vuoto”, per capirlo, lo devo immaginare come il contrario di “pieno”.
E qui mi si è complicato ulteriormente lo scenario perché…riesco ancora meno a capire.

Tutto è pieno, secondo me, nel bene o nel male.

Allora, la mia debole logica mi ha portato a riferirmi al “vuoto” come il “pieno negativo” – dalle famose giornate no alle sofferenze atroci che fanno parte della vita. Ma sono stata ripresa: il “vuoto” è l’assenza, il non-pieno, il nulla.

Accavallo le gambe. Inclino la testa e contraggo i muscoli del viso in una smorfia ebete. Comincio a sudare. Cerco nella memoria… e, no, non mi vengono in mente né Heidegger né Gadamer , ma un film che da piccola ho visto e rivisto centinaia di volte, di nascosto.

Il film, diretto nel 1984 da Wolfgang Petersen, è “La Storia Infinita” fedele nel titolo all’omonimo romanzo tedesco del 1979 di Michael Ende (Die unendliche Geschichte, in tedesco) da cui è tratto.

Ve lo ricordate? Ad un certo punto della storia, il guerriero del mondo di Fantasia chiamato a contrastare il Nulla dilagante, inconta G’mork, avamposto del maligno:

Atreyu: “Ma cosa è questo Nulla?"
G’mork: "E' il vuoto che ci circonda. La gente ha rinunciato a sognare ed io ho fatto in modo che il nulla dilaghi"
Atreyu:"Ma perché?"
G’mork: "Perché è più facile dominare chi non crede in niente. Se osi avvicinarti, io ti dilanio"

Non voglio passare per la solita “sega” ma il dialogo originale è un tantino diverso e merita di essere confrontato:

Atreyu: “What is the nothing ?!”

G’mork: “It's the emptiness that's left. It's like a despair, destroying this world. And I have been trying to help it”

Atreyu: “But why?”

G’mork: “Because people who have no hopes are easy to control. And whoever has control has the power”

Tra le varie cose da notare, mi preme la definizione di Nulla come “the emptiness that's left”…sì, ma da cosa????? Comincio a sorridere. E il sorriso di trasforma in risata mano a mano che dal ragionamento ritorno nel calduccio della mia pancia.
Forse, semplicemente, ne ho avuto davvero abbastanza di questo Non-Vuoto, anche (ed in alcuni periodi soprattutto) quando a riempire non era “roba”mia, ma il vomito senza rispetto e senza dignità di qualcun altro.Troppi anni a dovermi difendere dall’invasione per potermi preoccupare di una (non)cosa chiamata Nulla da sperimentare.
E’ chiaro, non sono certo Tomb Raider. Se sono diventata così sensibile ai mutamenti di marea è perché lo tsunami mi ha già fatto visita.
Ma allora lo sapete che c’è? Chi se ne importa di una cosa che non esiste? :) Quello che c’è dentro e fuori di me è troppo allettante per lasciarselo scappare.

30 nov 2007

Non voglio perdere la meraviglia

“Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. Quando guardi a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarda dentro di te.”

(F. W. Nietzsche)

Può sembrare scontato. Almeno a me sembrava così.
Piove e sei triste e allora credi che stia piovendo anche dentro di te.
Passi del tempo con persone nere, abissi incartati da gabbiani ed è tempo contingente, tempo che avresti passato altrimenti e, dopo un po’, senti qualcosa che brucia sulla pelle. E non capisci.

Ti sembra che la loro oscurità ti sia rimasta appiccicata. Come una specie di catrame che ti ha sporcato il palmo quando gli hai stretto la mano. Non è possibile, ti dici. E confondi la loro macchia con la tua, come se fosse transitiva, come se fosse naturale.
Però la pelle ti brucia e tu non lo sopporti. La doccia dura un minuto o anni, dipende dall’intensità e dalla durata dell’esposizione. Non è questo il punto.

E’ un fatto ancestrale. Come si dice… è una questione di qualità o una formalità. Ogni volta, ho dubitato. Ogni volta ho temuto troppo o troppo poco. Che la macchia dell’altro fosse anche la mia, che mi appartenesse per il solo fatto di riconoscerla. E giù ad arrovellarmi, su quanto sono stata cieca, su quanto sono stat sorda, su come ho fatto a non capire che se il male mi mostra i denti nell’esercizio del potere, in quell’universo non è sempre vero che ci sono anche io. Non si tratta di un’opzione. Non è il frutto di una scelta. Non è. Sono stata una funzione in un delirio di finzione.

Ho imparato che tutti nella vita abbiamo indossato o ci capiterà di indossare delle maschere ma che al di sotto di queste, non sempre c’è una “faccia”. Per alcuni la maschera mutevole all’occasione è la faccia.

Quelli che ne hanno fatto un mestiere hanno una grande responsabilità.
Gli attori affidano al proprio volto la leggibilità per il pubblico delle emozioni del personaggio. Una volta ho letto da qualche parte che nelle scuole di recitazione insegnano agli allievi ad osservare attentamente il loro volto durante l’interpretazione allo scopo di ottenere una totale adesione al personaggio interpretato. Bisogna imporsi la faccia del ruolo, anche nel più piccolo gesto, in ogni respiro. E’ come se…diventassero acqua che accoglie sempre e solo la forma di ciò che la contiene, come se l’attore fosse una specie si adesivo capace di catturare, ripetere, l’anima di chi deve impersonare. E’ buffo, è…innaturale, è impossibile. E’ un mostro.

Ma perché faccio questo sproloquio? Diverse persone che conosco mi hanno chiesto se facessi recitazione. Una addirittura è arrivata a dirmi – Saresti perfetta, tu devi fare teatro, ma io ne sarei geloso.
E io? Claro…giù a tafazzarmi di domande. Un mare di domande in tempesta attorno ad un nucleo solido che non si smuove mai. Espressività. Sì, ma la mia, non quella dell’altro. Eppure sfido chiunque a negare di aver incontrato qualcuno che si plasmasse alle nostre abitudini, ai nostri gusti, ai nostri modi di fare. E ancora, da adolescenti non avete mai fatto qualcosa sapendo di farla solo per compiacere un’altra persona? Più raro incontrare chi ci sente così nel profondo da aderire superficialmente a qualcosa che ci confonde, perché ci sembra un miracolo. Il miracolo del riconoscimento. Ma questa è un’altra storia.

Le maschere si spaccano e non fanno male. Anzi, è una liberazione. Scruto l’abisso e l’abisso scruta me – io non ho paura. Il veleno dei mostri dall’abisso non mi ha contagiata. Se l’ ha fatto, lode al mio sistema immunitario o alla mia incoscienza che nonostante tutto mi fanno stare con le mani aperte davanti al miracolo della vita, sempre. Per me è stato così. Io non riesco a perdere la meraviglia. Il catrame resta un po’ sul palmo della mano…poi se ne va. Stimola le cellule ad indurire il derma, a renderlo più impenetrabile senza intaccare la permeabilità. Il catrame non mi lascia aloni nel profondo. Lascio che i miei pori respirino e sudino. Non riesco e non voglio pagare il prezzo di indossare i guanti, sarebbe troppo alto. Nelle mani, sulla pelle, quello che perderei – l’emozione, l’ispirazione, la gioia di essere – sarebbe davvero troppo rispetto a quello che risparmierei. E’ così che si diventa il mostro dal quale si fugge. Copiandone le mosse, indossandone la maschera, giocando la partita con le sue regole. Ma quelle regole non sono le mie e non c’è partita se non condividi le regole del gioco. Le mie regole…mi piacciono di più. Rischiano di più. Spaventano di più. Ma le mie regole sono le uniche con le quali valga la pena di giocare. Regole…più che regole, direi necessità. Vivere. Scegliere. Non barare. Lealtà per lealtà. Amore per amore. Coraggio per coraggio. Reciprocità.

E su queste per istinto e per natura non ho mai avuto dubbi. Ho imparato a credermi.
Altra necessità. Proteggere. Ma proteggere la meraviglia, questo lo sto ancora imparando e lo imparo lentamente.

14 nov 2007

Usi a picchiar mentendo

Carolina aveva 3 anni quando decise che voleva crescere.
Era una bambina timida che amava colorare. Ed era curiosa di tutto.
Non aveva compagne di giochi. Stava sempre con il mento all’insù sforzandosi di guardare in volto le persone che voleva bene. La nonna. Il nonno. La mamma. Il papà.
Si sentiva una pulce in un mondo di titani.

Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti , sei nata paperina: che cosa ci vuoi far?

Carolina amava fantasticare sulla forma delle nuvole e delle montagne.
Un giorno crescerò e anche io toccherò le nuvole. Ci monterò sopra e volerò come i gabbiani.
E il gioco preferito di Carolina era saltare sul lettone di sua nonna.
Il momento della spinta, l’abbandono del cadere sulle proprie gambe e ridarsi la spinta ancora una volta. Delle gran sudate e poi il rimbrotto della nonna – Carolina scendi dal letto che ti fai male!

Carolina montava su una sedia per imitare sua nonna quando lavava i piatti.
Carolina sorride tra le braccia di una cugina di qualche anno più grande che le fa sentire più vicino alla mano della mamma che dormiva sempre o era sempre in treno.

Una volta Carolina aveva anche il papà – un signore altissimo con i baffi che ascoltava sempre la radio e odorava di fumo e di vino.
Poi, i baffi sparirono ed il papà di Carolina diventò un gigante sempre arrabbiato che non sorrideva mai e urlava come se la bambina, dal mondo dei paperini, non avesse potuto sentire la sua voce altrimenti.

E urlava talmente forte che Carolina tremava.
Io me ne vado per colpa tua e sentiva sbattere la porta. Io muoio per colpa tua e poi non sentiva più nulla.

E Carolina aveva talmente paura che aveva iniziato a credere che se non avesse fatto nulla nessuno se ne sarebbe andato e nessuno sarebbe morto. Ma anche a stare immobile Carolina non aveva risolto un gran che. Perché quel signore altissimo senza i baffi, aveva preso a strattonarla come un pupazzo e la faceva muovere. A destra. A sinistra. In alto. In basso. In basso. In basso. In basso.
E Carolina come un pupazzo si piega a destra e poi a sinistra. Vola in alto e cade per terra. E come un pupazzo non respira. Come un pupazzo lascia andare il peso in direzione della forza per ridurre l’attrito.

Sì. Carolina a tre anni decide di crescere e decide che sarà più altissima di quel signore altissimo e avrà le ali e sotto ci metterà la sua mamma ed il suo fratellino.

Carolina a 13 anni è la più alta della scuola.
Porta il 41 e picchia i maschi che prendono in giro il suo fratellino.
Era una bambina timida che amava colorare. Ed aveva paura di tutto.
Non aveva compagne di giochi. Stava sempre con il mento all’ingiù sforzandosi di non guardare in volto le persone di cui aveva paura. La nonna. Il nonno. La mamma. Il papà.
Si sentiva una pulce in un mondo di titani.

E con le mani amore per le mani ti prenderò
senza dire parole nel mio cuore ti porterò
E non avrò paura se non sarò bella come vuoi tu
Ma voleremo in cielo in carne ed ossa
Non torneremo più

Carolina stava sempre nella sua stanza a leggere e a studiare.
Carolina amava fantasticare sulle stelle e sul mare.
Un giorno morirò e anche io toccherò le stelle. Ci guarderò dentro e non sarà poi così buio.
E tra un libro e l’altro, Carolina teneva nascosto un piccolo caleidoscopio ed al tramonto si metteva a guadarci dentro e piangeva e piangeva e piangeva.
Ci guardava così tanto che il mondo fuori, dopo, sembrava ancora più grigio.

Ma Carolina era curiosa di tutto. Voleva parlare con le sue compagne di scuola ma non ci riusciva.
Chiedeva loro di firmarle il suo diario ma le dicevano di no.
Sei antipatica. Non ridi mai. Perché non ridi?
Sei più grande di noi. Non puoi giocare con noi.
E intanto il tempo passava e Carolina non smetteva di crescere.

E’ Carnevale, Carolina non puoi uscire – sei troppo grande per travestirti, il costume lo mettono i bambini!
E’ Natale, Carolina non puoi uscire – sei troppo piccola per uscire da sola, ubbidisci!
E’ il Primo Maggio, Carolina non puoi uscire – sei indecente con questa maglia, copriti o gesù muore.

Carolina si guarda allo specchio e non capisce. Somiglia di più alle signore più grandi che alle sue compagne di scuola.
Carolina si chiede perché tutti hanno paura. Tutti eccetto il signore senza baffi che anche se Carolina ha imparato bene a non respirare, non aveva mai cessato di strattonarla come un pupazzo e la faceva piangere. A destra. Rosso. A sinistra. Viola. In alto. Contro una parete. In basso. In basso. In basso. In basso.

E Carolina come un pupazzo di pietra si piega a destra e poi a sinistra. Rosso. Vola in alto e cade per terra. Rosso. E come un pupazzo di pietra non respira. Come un pupazzo di pietra lascia andare il peso in direzione della forza per ridurre l’attrito. Rosso.

A 13 anni Carolina decide che se stelle non arrivano le andrà a prendere lei stessa.
Le piacevano i miti dell’antica Grecia. Leggeva e rileggeva la favola di Apollo e Dafne, del dio sole che si era perdutamente innamorato della Ninfa Dafne, figlia del dio fluviale Penèo. Apollo, il bellissimo dio, non era corrisposto dalla Ninfa ed infuriato, non le dava pace e Dafne, sfinita dalle fughe per sottrarsi all’insistente Apollo, chiese implorando l’aiuto di Penèo, che impietosito decise d’aiutare la figlia trasformandola in alloro.

Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra:
il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia;
i capelli si allungano fino a diventare fronde, le braccia rami;
i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici;
il viso diviene la cima dell’albero.
Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Apollo l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
"Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!"

Carolina pensava che non c’era salvezza. Che se avesse letto prima di Apollo e Dafne lo avrebbe capito subito. Di notte Carolina entra in cucina. Apre il cassetto e tira fuori la mezzaluna.

Senza respirare va in bagno.
Senza respirare guarda la mezzaluna nella mano destra. Poi il polso sinistro.
Poi guarda le stelle di gennaio. Tira un fiato come se soffiasse in un flauto.

Carolina ha paura. Carolina ha solo la paura e la porta delle stelle.
Come un pupazzo di vetro, si strattona da destro verso sinistra, da sinistra verso destra. Rosso.
La mezzaluna cade. Le stelle sono più vicine.

Caldo. Rosso. Caldo lungo le mani. Aghi nei polsi.
Carolina torna a letto. Carolina non respirare.
Carolina non ti svegliare.

Carolina non conta gli anni. Carolina non dà importanza al tempo, ai numeri, alle parole.
Carolina mille cicatrici ed un cuore sacro da proteggere che sa prendere e sa dare.

Carolina si sente una donna in mezzo ad una folla di maschere.

A chi vuole bendarmi gli occhi, dice, sarà più irriverente indicare le stelle.

A chi vuole strattonarmi come un pupazzo, sarà come suonare al pianoforte una musica che inizia piano e finirà per far sanguinare le orecchie.

A chi mi parlerà per vuotarsi le viscere sarà calda, solida e più forte l'onda che confinerà la mia sostanza.


13 nov 2007

Bologna 22 Ottobre 2003

Una lettera al più caro amico di 4 anni fa. Quattro giri intorno al sole e una parte di me che non esiste più, perchè ha cessato di sanguinare e ha ripreso a respirare. Una parte di me che merita rispetto e voglio abbracciare. Sempre.

Carissimo,
proprio non ce la faccio ad attendere fino a venerdì. Sento di doverti dire ora le cose più impellenti, nella speranza che non restino troppo nero su bianco, o che superino il muro di dover usare la voce per dirle.
Non lo so.

Ti ho detto che ho trovato una gran bella casa. Vuota. Non è ancora finita. Sembra la possibilità di un'altra vita, il dolore di una nuova nuova dentizione a 26 anni. Piuttosto spiazzante la possibilità e la sensazione oramai quasi dimenticate di ripartire da zero liberi, leggeri, senza costrizioni, senza doversi adattare all'ennesimo compromesso, senza doversi forzare in compagnie che non ci appartengono e finiscono con il riuscire a distorcere anche le nostre solitudini.

è tutta bianca la mia nuova casa: con una grandissima finestra che dà sui tetti rossi di Bologna, in un palazzo che nasconde un giardino segreto, con un pavimento di legno marrone caldo e profumato.

Sembra Natale....
Sembra quando le parole arrivavano a fiumi senza poterle interrompere o quando la voce scoppiava in gola pur di poter uscire, e se era costretta a tacere mi si scioglieva il sangue nelle vene, e pensavo che la mia voce era tutto quello che avevo.
.... non ne ho più tantissima, e una buona metà devio impiegarla per le comunicazioni di servizio. Mi restano le mani, gli occhi, il fiato, lo stomaco.

Non so questo giovedì ritornerò al mio piccolo circolo degli orrori e non so se se ho fatto bene a ricominciare a frequentarlo.
Andare lì è un pò come vedersi in uno specchio che restituisce un'immagine agli ultravioletti dei relitti, delle funi, delle cicatrici, delle bare dimanticate negli armadi.

Ci si sente vecchi di tanti anni di più dopo e non sai come, non sai quando è che hai chiuso gli occhi e la tua vita è cambiata senza che te accorgessi, e hai chiamato impegno un falso opportunismo, e amore una malattia.

Dunque, ho il lavoro, e il vortice nel quale preferisco imparare a sopravvivere piuttosto che vegetare ma che mi ha tolto la voce, e tiene il fiato in gola legato ad istante interminabile di attesa, di muri che devono cadere, di pregiudizi che non cadranno mai, di limiti che devo spingere. Ecco.

Come ci si sente dentro. Sola fuori e dentro, senza voce.
Nemmeno stonata: chi stona canta, chi stona conta come tutto il coro di vili pecore che fingono d conoscere le parole o le sanno o le insegnano, mentre io sono incapace di dire la metà dei miei versi, e vado a prendermi il mio futuro di velenoso silenzio in punta di piedi.

Ivan, io non lo so se dove arriva la sopportazione di un amico perchè non ho mai chiesto. Lo sai che ho una grande difficoltà a parlare dei miei problemi e che generalmente, da buona elefantessa quale sono, preferisco andare a morire da sola le mie morti senza confermarmi per quello che sono anche rispetto agli amici - umana, replicabile, forse colpevole.

Una volta mi hai detto che gioco a nascondermi dietro le parole. Spero che stavolta capirai che, quando le parole si nascondono dietro di me, restano le mie mani storpiette che provano a farne una treccia, dei binari di acciaio su cui camminano le vicende di questa vita, sussurranti e urlanti nell'unica voce eterna, il vento.

12 nov 2007

Das Unheimliche, o Come ho smesso di preoccuparmi e scelto di stare con le mie viscere

Un terremoto sta facendo ballare la terra sotto i miei piedi.
Come mi sento...Mi ritorna in mente una lezione di Estetica all'università, tanti anni fa.
Un professore capace di farti sentire fino al midollo ciò di cui stava parlando. Sì, fu una lezione bellissima - se non altro la ricordo dopo circa 7 anni.

“Il perturbante è una sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da tempo. Un rimosso che ci è da sempre familiare”

Non lo ricordavo più da Freud. Ma sono andata a cercarlo, senza nemmeno sapere perché. L’istinto, la memoria, la pancia mi hanno portato sul motore di ricerca a comporre “sandman”…e non chiedetemi perché.
Da Hoffmann a Freud, passando per Kubrik, la corsa in taxi è stata breve... e spaventosa.

"il perturbante che si sperimenta direttamente si verifica quando complessi infantili rimossi sono richiamati in vita da un'impressione o quando convinzioni primitive superate sembrano aver trovato una nuova convalida [...]; al fine della nascita del sentimento perturbante è necessario [...] un dilemma relativo alle possibilità che le convinzioni superate e ormai ritenute indegne di fede si rivelino, nonostante tutto, rispondenti alla realtà”. (Freud: 1919)

Mi sta tornando fuori dalle viscere qualcosa che temo sia così.
Ho paura. Ho una paura fottuta.
Ma ci sto dentro. Non ho nessuno intenzione di mollare.
Mi prendo i miei spazi e stringo la mano alla paura.
Stavolta non mi toglierai il respiro.
Ti presento e mi fai male. Ma la spinta alla Libertà è più forte.

Certo, qualcuno potrebbe dire che è molto più facile fare del male che scambiarsi del bene.
Ovvio, ma questa è acqua passata.
Questo sapore lo conosco già e non mi piace. E’ troppo amaro.

Quello che non conosco – o meglio – quello che conosco poco e mi fa vacillare per la paura di non saperlo prendere, ce l’ho davanti.
Ed io (non) ho paura di me. Di te. Non mi fa paura il mio silenzio. Il tuo.
Non mi fa paura il mio dolore. Il tuo.

Resto nel grembo. Resto nel guscio a sentire i battiti del mio cuore.
Non ha importanza nient’altro.

Questo coniglio bianco sta passando sotto il mio naso per svelare un segreto di Libertà. Quello che già sedimenta in me da mesi. Ciò che già possiedo e non ho mai osato agire.
Ma io sto con le mie viscere.

Tre notti che dormo male. Mi dimeno come una furia. All’alba più stanca di prima. Il perturbante che riemerge. Sogni confusi di acque torpide e immobilità e impotenza....Ecco, se adesso mi chiedete perchè come in trance ho cercato sandman lo saprei anche spiegare....

Ma io sto nelle mie viscere. E sia quello che deve essere.
Un’intera vita nella gabbia. Di vedermi con gli occhi con cui mi hanno vista gli altri. Di rabbia. Di disperazione silente. Di mutilazione.

E mai conme adesso, riconosco cosa significa varcare quella cella.

Sì, io sto nelle mie viscere. La rabbia e la paura chiedono servi.
La dimensione della mia libertà è nel coraggio di restare all’ascolto del mio cuore.