La missione a Pordenone, o meglio a Maniago, è conclusa. Sono rientrata a bologna ieri sera, verso le nove. Per molti aspetti è stata entusiasmente, per altri molto meno.
Il Friuli, da quella volta a Cividale qualche anno fa e poi a Trieste, ha esercitato un discreto fascino su di me. Mi hanno colpito i cieli estremamente aperti, i colori netti, l'architettura, le correnti capaci di cambiare in pochi minuti una giornata grigia in uno spettacolo che si accendeva alla luce del sole.
Arrivare in Friuli ha significato prendere un treno da bologna a mestre, un treno da mestre a pordenone, un altro treno da pordenone a maniago.
E veniamo al dunque.
Trenta minuti al binario due della stazione di mestre mi sono bastati per rivivere gli odori, le attese, l'angoscia silente, la cecità delle lacrime di un anno vissuto in veneto. Compresso, impacchettato, dimenticato nel deposito bagagli della memoria e improvvisamente tornato sotto i miei occhi con la potenza di uno schianto.
Quella stazione, non l'ho mai dimenticata. Vissuta a morsi. Attraversata alle 6 del mattino e alle 11 di sera di un inverno durato un anno, a distanza di quasi quattro anni stava sempre lì, uguale a come era, pronta per inghiottirmi.
E parlava. Sono quattro anni che ti corro dietro, diceva, e alla fine sei tornata tu.
Fumavo nervosa sul binario attendendo la coincidenza per Udine. Quando il mio treno è stato schedulato con 25' di ritardo mi sono letteralemte piegata. Non reggevo il peso del portatile e della sacca che avevo dietro. Non reggevo il peso inaspettato di quel binario. Di quell'accento biascicato che mi ronzava intorno e sono stata così brava a cancellare un minuto dopo l'ultimo biglietto sola andata diretto verso sud. Di quella stramaledetta unidità.
A Maniago ci sono arrivata in trance. Arrivo in albergo, tutti uguali, tutti anonimi. Sapevo bene che avrei dovuto lavorare fino a tardi. E con quella valigia nello stomaco sapevo anche che sarebbe stata dura.
Non ha senso.
Non ha assolutamente senso fare quello che non vuoi, rincorrere qualcosa che non ti appartiene quando il tuo istinto di dice chiaramente di dare altro.Era questo quello che mi dicevo quando montai sul primo treno diretto a Venezia, per restare ad Oriago di Mira, l'anno più difficile per me, insieme al primo qui a bologna.
Di frequentare un Master in economia e gestione delle imprese per me che sono laureata all'orientale e sognavo gli studi di genere, Derrida e Virilio, non mi fregava nulla. Di essere stata selezionata in una classe di 24 su 100 aspiranti, nemmeno.
La mia unica motivazione era la rabbia. La rabbia contro il mondo che mi aveva respinto, dove per mondo intendo madrenapoli che mi ha cresciuta e mi ha regalato la vita, lontano dai condizionamenti e le pressioni di una famiglia che pur di riscattarsi attraverso di me mi avrebbe ammazzato. La rabbia contro gli aut aut di quella stessa famiglia che da me aspettava delle risposte, delle soluzioni, esigeva l'autonomia finanziaria attraverso il prolungamenmto della dipendenza emotiva. La rabbia contro me stessa che aveva fatto proprio il motto del padre "per avere devi meritare, per meritare devi lavorare, per lavorare devi sudare".
Un anno nero. A sbattere sul codice numerico di formule e grafici che mi attraevano per il loro aspetto estetico e che tenatvo di interpretare intuitivamente, senza conoscere nulla del processo, delle formule, dei presupposti che celavano. A correre di sera sul lungo brenta mentre tra una nebbia e l'altra mi convincevo che avevo fatto la cosa giusta, che non avevo scelta, che dovevo lavorare. E per oltre un anno, anche fino al primo anno qui a bologna, quel periodo era un tabù. Uno scandalo che non potevo sopportare.
Completamente disintegrata. Sognavo di avere una famiglia ed ero nel covo di quelli che della carriera avevano fatto il loro totem. Desideravo andare in una direzione e mi riempivo di veleno contro tutti e tutto per esserni trovata a dover correre verso la direzione opposta. Niente aveva senso per me.
Fino a quando al culmine di questo delirio esistenziale mi sono ritrovata immobile.
Scappare dal covo degli aziendalisti veneti era questione di sopravvivenza. Ma per andare dove? Tornare a Napoli era immergersi nel sangue di una ferita che non si sarebbe mai più chiusa.
Non mi sono mai sentita così sola in tutta la mia vita. E' stato allora che ho smesso di rispondere alle telefonate dei miei. Volevano risposte che non avevo, credevo. Volevano risposte che io non cercavo, dico adesso.
Bologna era un altro esperimento. Dettato dalla disperazione, d'accordo, ma era un esperimento e in quanto a questo, il comitato grandi esploratori dovrebbe darmi una medaglia.
Smisi di tafazzarmi le palle e mi ritrovai a 25 anni a ragionare sul fatto che ormai non aveva importanza su come ci ero arrivata, non aveva importanza tutta la rabbia se rivolta contro di me, non aveva senso continuare a ripetermi che non avevo scelta quando tutto quello che avevo fatto, tutto, era il frutto di una scelta mia.
Capii che la differenza stava nella conspevolezza.
Capii che non stavo al mondo per obbedire all'ideale che mi ero costruita di me e degli altri indotta da un'educazione che mi voleva vincente o nessuno secondo i parametri del rampantismo. Maschia nel lavoro, come mio padre avrebbe tanto desiderato, e femmina fuori dall'ufficio. Dove per femmina s'intendeva il sunto pratico del corso di formazione in servizi domestici (anno di immatricolazione 1987, preside di facoltà mia nonna), totale abnegazione e paura del mondo (anno di immatricolazione 1977 - ad honorem -. preside di facoltà mia madre).
Dormivo tutte le notti con la radio accesa. Rai Stereo 2. Anzi, non dormivo. Con quel ronzio musicale in sottofondo che mi faceva saltare appena una sequenza di note mi strappava da uno svenimento all'altro. Non distinguevo il guiorno dalla notte. Era tutto uguale. Senza cielo. Senza emozione. Fredda razionalità che mi permetteva di controllare l'esterno - il lavoro, gli amici, la famiglia, l'apparenza di una vita tranquilla e piacevole - e il maremoto di sincera disintegrazione che mi ribolliva dentro e che mi avrebbe travolta.
Poi una notte la radio mi strappò dal sonno controllato.
Ho visto la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente.
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già.
Lungo le notti che dal vino son bagnate
dentro le stanze da pastiglie trasformate
lungo le nuvole di fumo di un mondo fatto
di città essere pronto ad ingoiare la nostra
stanca civiltà e un Dio ch'è morto:
ai bordi delle strade Dio è morto,
nelle auto a presa rate Dio è morto,
nei miti dell'estate Dio è morto.
Mi han detto che questa mia generazione
ormai non crede in ciò che spesso è mascherato
con la fede, nei miti eterni della patria e dell'eroe
perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò
che è falsità, e per il fatto di abitudine e paure, una politica
che è solo far carriera, il perbenismo interessato,
la dignità fatta di vuoto, l'ipocrisia di chi sta sempre con la
ragione e mai col torto è un Dio ch'è morto:
nei campi di sterminio Dio è morto,
coi miti della razza Dio è morto,
con gli odi di partito Dio è morto.
Ma penso che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo che se
Dio muore per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo Dio è risorto.
"L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto". Il cuore si è fermato. Il torto per me era essere se stessi. Scegliere piuttosto che farsi scegliere. Essere consapevole piuttosto che adagiarsi su un "non lo so", un "è tutta colpa mia".
Da allora ogni volta che mi capita di ascoltare questa canzone, l'emozione mi esce dagli occhi sotto forma di acqua di mare.
Dio è risorto. Anche oggi, anche grazie al veneto che non mi fa più paura.
1 commento:
Sissignore Signore!
Questo marine è prondo e addestrato per missioni impossibili.
Le ali le hai conquistate sul campo e nessuno potrà rubartele.
Spero di potere effettuare con te nunerose imprese future.
Cercherò di ascoltarti e di imparare quello che tu mi trasmetterai, io cercherò di trasmetterti quella esperienza che mi appartiene di missioni "dietro le linee nemiche" e di fornirti continuamente spunti, approfondimenti, testi, articoli fonte di formazione continua.
Spero un giorno di ricevere un dollaro d'argento in cambio.
Pensa a Napule cummera.....
Il tuo compagno di banco
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